Omelia di Ingresso del nuovo Parroco don Giovanni Momigli – 8 settembre 2020

Fratelli e Sorelle,

Mentre lodiamo il Signore per la nascita di Maria, il Vangelo indirizza il nostro sguardo a Gesù, «Verbo fatto Carne» (Gv 1,14).

La vera devozione a Maria, come ogni devozione ai santi, conduce sempre a Gesù. Quando questo non avviene, siamo in presenza di una devozione deviata e di una fede appannata, se non del tutto snaturata.

Non si è cristiani perché buoni devoti, né per motivazioni etiche e neppure perché il cristianesimo apre a grandi idee e profonde riflessioni sull’uomo e sul mondo. Si diventa cristiani grazie all’incontro «con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva» (Deus caritas est, 1).

È l’incontro con Gesù Cristo che ci rende cristiani. Un incontro che può avvenire nei modi più diversi, ma tutti segnati da un profondo cammino interiore e dalla fiducia in Dio.

Come narra Matteo con l’immagine del sogno, Giuseppe incontra Gesù accettando pienamente Maria, al termine di un difficile e drammatico cammino, compiuto fidandosi di Dio e accogliendo la sua incredibile iniziativa: «il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo» (Mt 1,20).

Senza l’incontro con Gesù Cristo, senza una vera, costante, personale e comunitaria, relazione con lui, non si è “di Cristo”, anche se siamo preti o persone attive in parrocchia; anche se facciamo belle celebrazioni, ore di presenza davanti all’eucaristia, strutturati percorsi catechistici, utili servizi caritativo-assistenziali. E neanche se facciamo di tutto per ricevere i sacramenti, mossi da una qualche motivazione religiosa, ma nella totale assenza di una scelta di fede o di una pur minima disponibilità a lasciarsi incontrare e coinvolgere da Gesù.

Il Vescovo mi ha nominato parroco di questa comunità e noi celebriamo insieme l’eucarestia, perché le generazioni che ci hanno preceduto ci hanno trasmesso quel patrimonio di fede che ha dato sapore, senso e una prospettiva di eternità alla loro vita.

Mi presento in mezzo a voi consapevole delle mie povertà e delle mie debolezze, che mi appaiono ancora più grandi pensando al cammino che abbiamo davanti e se le confronto col vigore del mio predecessore, che ringrazio per la delicatezza e disponibilità manifestate fino al momento della sua partenza.

Mi presento, però, fiducioso nella potenza dello Spirito Santo e per trasmettere a mia volta «quello che anch’io ho ricevuto» e che dona bellezza, identità e significato alla mia vita: Cristo è morto ed è risorto per la nostra salvezza!  (cfr 1Cor 15,2).

In questo primo annuncio, cuore di ogni comunità cristiana, risplende l’amore di Dio manifestato in Gesù Cristo morto e risorto e da questo annuncio nasce in tutta la sua bellezza, altezza e profondità l’incontro con il Signore Gesù.

Dal primo annuncio e dall’incontro con Cristo scaturisce un’esplosione di vita che proietta sulle strade del mondo e avvia un costante e profondo ripensamento delle modalità di annuncio e di presenza, per renderle sempre più adeguate e significative per le donne e gli uomini del nostro tempo, della nostra città.

Osare e sperimentare, con saggezza e coraggio, percorsi e modi nuovi e diversificati di annuncio e di presenza, è una sfida che interpella ogni comunità cristiana, specialmente nella fase storica che stiamo vivendo, più simile al tempo della semina che al periodo del raccolto.

Una sfida che cercheremo di affrontare insieme con un’attenta lettura della realtà in cui viviamo e alla luce del magistero del Papa e del Vescovo, del nuovo “Direttorio per la Catechesi”e dell’Istruzione “La conversione pastorale della comunità parrocchiale al servizio della missione evangelizzatrice della Chiesa”, per divenire sempre più centro propulsore «dell’incontro con Cristo» (cfr Istruzione, 3).

Gli attuali ponteggi per i lavori, posti all’interno e all’esterno della Chiesa, ci ricordano che il cantiere per l’edificazione di una comunità cristiana è sempre aperto, perché è sempre necessario consolidare la nostra fede personale e comunitaria e ripensare continuamente il modo di presentarsi nella società. 

La nostra credibilità di persone credenti si gioca sulla qualità del nostra fede e sul modo con cui viviamo le relazioni interpersonali e sociali, «dal momento che l’evangelizzazione è strettamente legata alla qualità delle relazioni umane» (Istruzione, 24) e che la città è l’ambito concreto dove dare sostanza alla fede e dove verificare se si è solo convinti di amare o se si ama davvero.

Coinvolgersi nelle vicende del proprio tempo e della propria città, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, fa capire cosa lui concretamente ci domanda e fa «uscire dalla mediocrità tranquilla e anestetizzante» (Gaudete et exsultate, 138) che troppo spesso caratterizza la vita comunitaria e quella personale. Un vero coinvolgimento libera dall’astrazione e da ogni tentazione di autoreferenzialità; fa crescere la consapevolezza che dalla concretezza della realtà locale si può contribuire anche alle trasformazioni più globali; fa vivere con maturità il nostro essere cristiani e cittadini.

Lasciarsi interrogare da quello che palpita nel cuore della città, «alla luce del Vangelo e dell’esperienza umana» (Gaudium et spes, 46), porta a “sconfinare”.

Sconfinare nel senso di andare oltre strutture, consuetudini, visioni e criteri territoriali ormai obsoleti. La stessa visione della carità, ad esempio, deve uscire dagli angusti confini nei quali è stata costretta dalla nostra mentalità, che ha ridotto l’azione caritativa ai doverosi aiuti a persone e famiglie in difficoltà, privandola della dimensione ampia della solidarietà, della forza trasformante che deriva dal coinvolgimento delle persone, delle realtà sociali e delle istituzioni, in progetti, percorsi e prospettive di promozione umana e sociale.

È certamente necessario operare per una città funzionale e tecnologica, attenta alla rigenerazione urbana, alla sostenibilità ambientale, al sostegno dell’economia locale e dell’occupazione e che interagisce positivamente su un territorio vasto.

È però altrettanto necessario operare per una città che non misura se stessa solo sugli indicatori economici e le statistiche, ma anche sulla capacità di confrontarsi con la concretezza dei volti e delle situazioni, di favorire relazioni e di costruire comunità. Una città capace di avviare processi e di coinvolgere ogni sua componente, sostenendo la dinamica interazione tra persone, esperienze e territori e investendo sulla fiducia, la responsabilità civica, l’inclusione e la coesione sociale.

A Scandicci, le parrocchie esprimono una varietà di esperienze. Oltre a quanto è comune a tutte le altre, ognuna manifesta una propria fisionomia e offre un particolare contributo alla vita della Chiesa e della società, che va oltre la parrocchia stessa.

Al ricco mosaico di questa presenza ecclesiale, consapevoli che «il mondo soffre per mancanza di pensiero» (Popolorum progressio, 85) e attingendo a quel tesoro di fede e di ragione che è la Dottrina Sociale della Chiesa, vorremmo aggiungere un nuovo tassello, gettare un nuovo seme.

Proporremo a tutti – senza alcuna esclusione – l’opportunità di uno spazio d’incontro e di confronto, dove ritrovare l’importanza e il bisogno del pensiero per la crescita culturale, civica e anche spirituale. Un Laboratorio socio-culturale dove, nel rispetto reciproco, si ascolta per capire, approfondire e crescere insieme, non solo per controbattere a quello che l’altro dice, come ci ha abituato un degradato dibattito pubblico, più funzionale a creare conformismi tifosi e antagonisti, che a sviluppare seri ragionamenti e suscitare valutazioni e proposte capaci di governare l’oggi con una visione di futuro. 

Celebrare la nascita di Maria, guardando alla nascita di Gesù, mi fa anche pensare che la difficile fase in cui ci troviamo andrebbe vissuta proprio come una nuova nascita e non come una semplice ripartenza. Ogni nascita, infatti, oltre a suscitare attese e speranze, rimescola le carte, incide concretamente su relazioni, abitudini, prospettive e scelte.

Lo Spirito Santo che ci ha chiamati a camminare insieme illumini le nostre menti e infiammi i nostri cuori, affinché possiamo rispondere all’amore del Padre con un concreto e creativo amore per i fratelli.

Maria, patrona di questa comunità, ci accompagni sempre con la sua materna intercessione.